L’uomo ha ciclicamente riprodotto i suoi usi e i suoi costumi nel corso della sua storia, magari sono cambiati i mezzi, le attrezzature e il modus operandi, ma il fine di determinate azioni è rimasto immutato.Ci sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, le epoche mai trascorse e le quotidianità svolte sempre allo stesso modo; con la stessa intensità, la stessa velocità e forse anche lo stesso ordine quotidiano.
Uno di questi luoghi è il mercato del pesce di Catania.Il mercato del pesce di Catania, detto “A Piscaria”,è sopravvissuto insieme all’altro mercato storico “Fera do Luni” nello stesso posto dove ha avuto la sua nascita.
Il mercato occupa la sua attuale sede dell’inizio del ventunesimo secolo (1800), quando vennero scavate le mura risalenti al Cinquecento per creare la galleria del mercato ittico e si svolge tutti I giorni.Con il passare del tempo il mercato si estese fino alle vicine Piazza di Alonzo e Piazza Pardo, che ad oggi rappresentano la sua cornice di esistenza. Caratteristica della “Piscaria” cosi come della “Fera do Luni” e la cosiddetta “Vuciata” tipico atto di urlare per proporre la propria merce agli acquirenti tentando di fare fortuna a discapito dei vicini compagni di vendita.Infatti, il mercato è una continua accozzaglia di urla e grida dove ognuno cerca di accaparrarsi la clientela presentando la propria merce seguita dal prezzo di vendita. Se i prezzi sono convenienti il volume delle urla aumenta proporzionalmente, quasi come a voler essere più convincenti. Le urla sono accompagnate da gesti macchinosi quanto spontanei.
Non è raro imbattersi in venditori che si apprestano ad urlare di avvicinarsi al proprio banco mentre dividono in tranci un Tonno o tengono in mano i Polpi mostrando ai passeggianti quanto sono arzilli; ciò dimostra che sono freschi, appena pescati.Ad assistere a questo mosaico di vita quotidiana dove non si ha il minimo dubbio di essere nel cuore pulsante della città, si torna indietro nel tempo, basta guardarsi intorno: le mura cinquecentesche lasciano chiedersi se all’epoca esistesse già e se le azioni venissero ripetute con la stessa consuetudine e intensità. Camminare fra i vari banchi del pesce e notare i volti del pescatori così tenaci, forti, segnati dalla vita in mare, non lascia apprezzare nessuna probabile differenza fra i pescatori di oggi e quelli di uno o due secoli fa.Le epoche non sembrano essere trascorse, e se non si fa caso agli indumenti appartenenti certamente alla nostra epoca, e a qualche altro oggetto che potrebbe riportarci alla realtà, passeggiare nel brusio del mercato lascia decadere il concetto del tempo storico.
La “vuciata”, I”urlo commerciale” atto a pubblicizzare la propria merce e a rivelarne il prezzo, deve la propria presenza e perpetuazione nel tempo probabilmente alle residue usanze dalla dominazione islamica.Alle urla del venditori si aggiungono quelle di chi chiede permesso perché sta trasportando delle grosse bacinelle con pesce fresco da recapitare al banco, lo strisciare delle bacinelle sul terreno spesso bagnato e sudicio, le cadenze ritmiche dei coltelli sul banconi seguite dal colpi plu lenti ma più possenti delle mannale. Basta guardarsi intorno adaccorgersi solo dopo di altri rumori di sottofondo, prima celati all’udito perché soppiantati da altri più persistenti: le scope. ramazzano il pavimento.Si rivela praticamente un esercizio costante quello attuato dai venditori non impegnati nell’urlare alle persone di avvicinarsi o dai loro collaboratori: tenere più pulito possibile lo spazio circostante al proprio banco di vendita spazzando e spargendo ripetutamente acqua pulita.
A questo mix di suoni si aggiunge una mescolanza degli odori più disparati. É molto comune imbattersi nell’odore forte e piacevole del prezzemolo e accorgersi soltanto dopo che si sta avvicinando un nugolo di ragazzi che propone di acquistare per condire al meglio le pietanze ittiche appena acquistate. I ragazzi che vendono il prezzemolo fanno la spola tra i banchetti del mercato, trotterellando fra pescatori e acquirenti mentre inebriano la scena con il forte di odore.Oltre al prezzemolo propongono anche dei limoni chiusi in bustine trasparenti in quantità di sei o sette; si sa il limone e un ottimo condimento per le pietanze a base di pesce. A tutto questo va ad unirsi l’odore di sale, di mare, di altre spezie e della frutta.Nel botteghini adiacenti alla piazza e quindi al mercato, si incontrano venditori di origano, verdure fresche di raccolto proveniente dalle campagne limitrofe e addirittura venditori di carne che viene macellata in diretta sul posto; in modo da diversificare l’offerta per chi si reca al mercato.
Non è raro, inoltre, trovarsi ad apprezzare un’arieggiata di frittura, magari qualcuno dei botteghini e gia andato al passo successivo: la frittura del pescato.Cosi il mercato diventa un miscuglio di suoni, odori e colori, quasi a ricordare i tipici “Suk arabi o le “Medine” del nord Africa. Un continuo ripetersi di gesti tanto arcaici quanto inconsapevoli, ci si dispiega dinnanzi, tra voci, odori, immagini, che testimoniano una autenticità non simulata.Le mani rugose del pescatori spesso colorate di rosso per il sangue dei pesci prima divisi in tranci, raccontano la storia di una terra che conserva ancora gelosamente la propria identità, custodendo la magia fra le proprie mura.
I mercati ed in questo caso quello di Catania, raccontano la vera identità di una città, di un popolo. Quel popolo che sfugge ai riflettori e ai grandi mass media, lo si può trovare e vivere in prima persona qui, fra le urla e l’odore forte del pesce appena pescato.
Qui ognuno è un attore singolare e unico, un attore che interpreta la propria realtà, quella che la sua terra e le generazioni precedenti portano avanti da secoli, dove veracità e passione si fondono con il vero unico modo per salvaguardare le identità come queste:tramandarle.
Ecco perché è importante vivere un’esperienza del genere, entrare nel mercato lasciarsi trasportare: sta al visitatore decidere se farsi trasportare del tempo, perdendone il senso durante la permanenza o farsi trasportare dai suoni e dagli odori di quello che sembra essere uno dei patrimoni morali, sociali e culturali che ormai stanno andando perduti nell’era della Globalizzazione.
Questo pescatori lo sanno bene e come ogni giorno, a fine giornata ripuliscono bene i banchi di vendita, mettono tutto in ordine accuratamente; stanchi ma felici sono consapevoli che il giorno dopo devono continuare il loro prestigioso compito: coltivare e tramandare la propria identità.
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