A circa 450 metri di altitudine è forte ancora l’odore dei Castagni in Autunno, in estate si raccolgono i pomodori per produrre salsa biologica. Il rigore delle coltivazioni forma geometrie nelle quali si incastrano armonicamente le abitazioni. Immersi in collina, ad un soffio di vento dal Parco Nazionale della Sila, fra uliveti e vigneti; qui il tempo sembra essersi fermato e poi ripartito lentamente. La completa globalizzazione rimane ancora un qualcosa di vago.
Ci troviamo in Calabria. Contrada Pristini è un piccolo centro abitato nelle campagne di Castiglione Cosentino. Le famiglie che popolano questa strada sono intrecciate tra loro da legami di parentela.
Il risultato è un tessuto sociale di periferia in campagna, variegato, dove per ogni famiglia convivono ancora tre o quattro generazioni. Testimonianze viventi di quelli che un tempo erano questi luoghi, di come si viveva, di come si tirava avanti; oggi non sembra essere cambiato molto.
Ascoltando i racconti degli avi si capisce come il rapporto con la terra abbia sempre costituito un legame fondamentale. Qui ognuno, possiede ancora il proprio orto, il proprio appezzamento di terreno dove pianta e accudisce affettuosamente i frutti che Madre Terra gli dona e di cui poi si nutrirà. Come dicono sempre quasi tutti “almeno sappiamo cosa mangiamo”. Per questa piccola comunità di campagna le nuove ricette targate ogm sono sconosciute: frutti ortaggi rispondono ai dettami delle quattro stagioni.
“Rosina” è solita uscire al mattino verso le nove, in inverno, o le sei in estate. Sempre agghindata di secchiello e attrezzi da lavoro, è abituale incontrarla mentre compie la sua passeggiata dalla piccola casa in cui ormai abita sola da anni, verso il suo orticello. Il marito Giorgio è venuto a mancare qualche anno fa, e lei nonostante i suoi ottantasette anni continua a farsi compagnia con gli animali che alleva: conigli, galline; continua a curare il suo piccolo pezzo di campagna, dove produce svariati ortaggi e frutti. Ad osservarla il tempo sembra essersi fermato, fuori dall’epoca dell’industrializzazione.
Questo spaccato di paesino calabrese è circondato dalle colline. Chi possiede nel suo immaginario visivo le colline calabre ha ben presente come si abbarbicano gli ulivi sulle loro pendici. Ecco che così che qui a Contrada Pristini vi sono vari reticoli di uliveti. Il momento di raccolta delle olive è un momento di convivialità familiare, seppur la nebbia e la pioggia siano ostacolanti in quel periodo, l’amore per la terra e la compagnia della famiglia costituiscono il giusto volano di forza per portare a compimento una di quelle che rimane tra le tradizioni più vive della campagna castiglionese, ma un po’ della Calabria tutta: la produzione di olio biologico della propria terra, dei propri ulivi.
Parlando con Filomena, ottantasette anni, ci racconta come un tempo, nonostante non si avesse quasi da che mangiare, le giornate trascorrevano in allegria. I periodi di mietitura del grano erano costituiti da giornate faticose, bisognava trasportare sulle spalle cumuli di grano fino a casa, e da lì fino al mulino il giorno successivo; questo avrebbe garantito una metà della farina prodotta col raccolto, perché l’altra metà spettava al proprietario terriero. Un tempo non tutti potevano permettersi di acquistare un terreno, così si lavorava per conto dei proprietari che cedevano i loro appezzamenti in comodato d’uso in cambio della metà dei profitti, che fossero ortaggi, olio o grano; era di certo faticoso ma le giornate trascorrevano in allegria e risate tra i campi, balletti a suon di chitarra e festeggiamenti continui, festeggiamenti della vita, senza dover ricorrere a una qualsiasi ricorrenza speciale. Salvatore, il marito di Filomena è venuto a mancare un anno fa, in passato lavorava alla vecchia fornace, adesso chiusa, poco distante da Contrada Pristini. Spesso in passato rammentava, insieme ad Antonio, di quanto fosse faticoso stare lì per ore ed ore, soprattutto in estate; col sole cocente era abbastanza dura lavorare in corrispondenza degli altiforni per mettere a cuocere nuovi mattoni di terracotta, dopo aver tolto quelli giunti a termine cottura.
Antonio, oltre che alla fornace lavorò quasi per tutta la sua vita come contadino, non è difficile assistere a qualche suo racconto tra una risata e l’altra in compagnia della moglie Catena, spesso è possibile vederli discutere ma quasi sempre il tutto finisce con delle risate di cordialità, quella che sicuramente è la coppia di anziani più simpatica dell’abitato, da un anno a questa parte tra l’altro l’unica rimasta, gli altri anziani sono rimasti tutti vedovi.
Un tempo la raccolta delle olive era una pratica e una tradizione molto più sentita. Adesso che le vecchie generazioni sono avanti con gli anni, le nuove generazioni si stanno pian piano allontanando dal rapporto con la terra. I proprietari dei terreni affidando a terzi la raccolta, si garantiscono il “comodo” dell’olio per l’anno in corso e , inoltre, così facendo fanno si che non vengano lesi i loro patrimoni morali: gli appezzamenti di terreno, e tutte le ricchezze fisiche e morali che ne derivano costituiscono un patrimonio di ineguagliabile valore; con un po’ di malinconia si sa che andrà a finire così, magari venduti o magari invasi dalle sterpaglie, o magari no.
La nuova era ci ha reso tutti più stanchi e il tempo nell’arco di una giornata sembra diminuire con l’avanzare degli anni. Remo, Salvatore e Amedeo accudiscono ancora con passione la campagna donatagli dal padre Armando, rimasto vedovo poco meno di un anno fa. Tonino, unico figlio maschio di Giuseppe aiuta ancora il padre e i nipoti contribuiscono nei momenti di maggiore sforzo fisico che sono quelli della raccolta dell’uva, la raccolta delle olive e i periodi di potatura di uliveti e vigneti.
In questo intreccio di famiglie, storie e tradizioni, il tempo pare essere una piacevole cornice; si guarda al futuro con la speranza accompagnata da ritmi e “colori” oggi ormai inusuali: la terra, la sua sostenibilità: dove tutto profuma di casa.
0Shares