“Ci sono certe città sconosciute il cui nome, per inattese, terribili, clamorose catastrofi, talvolta acquista improvvisa fama europea e che s’ergono in mezzo al secolo come una di quelle paline storiche piantate dalla mano di Dio per l’eternità: tale è il destino di Pizzo.” Così citava Alexandre Dumas (padre) apostrofando questa cittadina sul mar tirreno calabrese. 
Ci sono delle ipotesi sulla nascita di questa cittadina, che hanno cercato un’origine nell’antica Magna Grecia, con qualche eroe eponimo, come è accaduto per altre località calabresi.Si sente dire oggi che Pizzo fu fondata da Nepeto, comandante della spedizione ai tempi dell’antica grecia, e che localmente qualcuno usa per motivi commerciali la dizione Napitia “Napizia”, e la voce “napitini” per gli abitanti; ma in realtà non esiste nessuna evidenza di ciò.Quello che è certo è che il nome racconta già la storia e la geografia di questo posto. Il nome Pizzo, infatti,  (= becco d’uccello, punto sporgente) descrive perfettamente il paesaggio che mi trovo davanti giungendo in questo borgo che si sporge a picco sulle acque cristalline del Mar Tirreno, rimanendo ancorato alla terra sul promontorio tufaceo che lo sorregge.
Un agglomerato di case, monumenti, storia e tradizione che vive sospeso tra la terra e il mare e che raggiungo attraverso l’Autostrada del Mediterraneo A2 imboccando l’uscita che porta proprio il suo nome. Il paesaggio all’uscita dell’autostrada è collinare e quasi si percepisce la presenza del vicino Lago Angitola, oasi naturalistica di grande importanza per gli uccelli migratori. Man mano che si prosegue verso l’abitato di Pizzo, percorrendo la SP 522, il paesaggio diventa tipicamente marino, si intravede la costa frastagliata fino al porto di Vibo Valentia, e la mente può viaggiare e immaginare tempi lontani, dove qui la gente di mare pescava i tonni.
Mentre proseguo accompagnato dal tipico odore delle località marine, decido di fermarmi per la mia prima tappa :la Chiesa di Piedigrotta. Questa piccola chiesa a ridosso del mare è un misto di arte e mistero. Lascio la macchina in un parcheggio sulla strada chiamata Riviera Prangi e mi avvio verso il mare. Un breve percorso mi accompagna alla scoperta di questo gioiello e mentre scendo a livello dalla battigia posso godere delle acque limpide e cristalline del Mar Tirreno. Questa chiesa è avvolta dal mistero e quasi si percepisce la disavventura che vissero i pescatori che la fecero costruire. La leggenda dice che molti anni fa alcuni pescatori furono sorpresi in mare da una tempesta e un mare in burrasca senza eguali. Si resero conto che non ce l’avrebbero fatta , fino a quando decisero di affidare il loro destino alla Madonna, promettendole che se li avesse salvati le avrebbero creato una cappella nella grotta di tufo affacciata sulla spiaggia del paese. I pescatori si salvarono e siccome erano coscienti di cosa capita a chi non mantiene le promesse, fecero scolpire nel tufo della grotta questa cappella dedicata alla madonna: da allora prende il nome di chiesa di Piedigrotta.
Su quella nave era custodito anche il quadro della Madonna, che oggi rimane conservato nel convento di San Francesco.Nel corso degli anni ci furono altre tempeste e la leggenda narra che il quadro venne sempre poi ritrovato sulla medesima spiaggia, tutto questo non è comprovato da fonti certe ma il culto di questa madonna è molto caro agli abitanti di questa cittadina. Nella chiesa sono presenti molte statue scolpite nel tufo: una grande statua della Madonna col bambino in una nicchia sovrastante un altare. I pescatori scampati alla burrasca ebbero l’idea originaria, in seguito la realizzarono gli altri: dare libero sfogo al loro immaginario. Furono scolpite via via nel tufo statue di santi, grandi angeli dalle ali spiegate, storie dalle sacre scritture (unici gruppi scultorei di cui si conoscono gli autori: i fratelli Angelo e Carmine Barone, ambedue vissuti nel 1800), bambini in preghiera, enormi pesci. Entrare qui e osservare attentamente ogni scultura ti fa viaggiare con la mente, è come trovarsi in un’altra epoca, ma senza confini di spazio  e di tempo; un viaggio emozionante accompagnato dall’odore dell’umido e il colore azzurro del mare di fronte dove un tempo vissero quei pescatori che diedero vita a questo gioiello.
Riprendendo la macchina e proseguendo verso il centro storico, la mia mente inizia a viaggiare e inizio a chiedermi quando tutto qui ebbe origine, quando questo posto prese vita. Si hanno notizie dell’esistenza di un vero e proprio borgo a partire dal milletrecento,nel XV secolo Ferdinando 1° d’Aragona fece erigere il castello che oggi rimane a guardia del mare nella parte alta dell’abitato.Percorrendo gli stretti vicoli baciatI dal sole in alcuni tratti scopro un pullulare di piccole botteghe artigiane che lasciano incuriositi i turisti al loro passaggio Si cammina in un’atmosfera magica, e passando per la fontana vecchia, o Fontana Garibaldi si arriva poi alla piazza.La fontana è detta anche Fontana Garibaldi perchè nell’agosto del 1860 l’esercito garibaldino trovò ristoro nelle sue acque ferrigne circondato da una popolazione che lo riempì d’affetto.Una volta giunti in Piazza della Repubblica, è impossibile non notare il fantastico monumento che si mantiene sulla destra volgendo lo sguardo al mare dalla balconata che caratterizza la piazza: il Castello Murat . Su questo castello vige un certo senso di colpa sotterraneo nella memoria collettiva di Pizzo. Un senso di colpa per aver catturato e fucilato Gioacchino Murat il 13 Ottobre 1815, e seppur siano passati due secoli ancora oggi persiste questa zona d’ombra nel ricordo dei pizzitani. Questo senso di colpa porta oggi anche un nome: “peccatu i Gioacchinu”. La manifestazione più evidente di questa percezione è visibile nel modo in cui è stato museificato  il castello. Ciò è stato fatto enfatizzando oltre misura gli ultimi giorni di prigionia di questo re amato dal popolo, nella fortezza, che da quando venne fucilato all’interno del cortile, porta il suo nome. “Cuor di leone e testa d’asino”, come Napoleone definiva suo cognato Gioacchino, venne giustiziato in virtù di una legge promulgata da lui stesso, in base alla quale era assegnata la pena di morte a qualunque civile trovato in possesso d’armi. Da qui per il tragico evento venne fuori il modo di dire diventato proverbiale “Giacchinu faci a legge, Giacchinu a pata”.La posizione favorevole e la presenza del castello, favorirono lo sviluppo di questo borgo marinaro.
Un tempo era molto in auge la pesca del tonno e vi erano molte tonnare, di cui oggi rimane qualche testimonianza in alcune zone della costa, come nella spiaggia denominata Prangi, nella zona detta Centofontane, per l’esistenza di moltissime fonti di acqua dolce dove probabilmente venivano lavati i tonni, e dove fino agli anni settanta circa la tonnara veniva tenuta da cavi che partivano dalle rocce a terra, sotto l’attuale convento di S. Francesco di Paola.Infatti la posizione ottimale del convento era il luogo da dove si scorgeva per primo il segnale lanciato da “u scieri” e si suonavano le campane per avvertire la popolazione dell’abbondante pesca. Ai frati per ogni buona battuta di pesca si offriva in voto il tonno più grosso, in ossequio alla grande devozione dei pizzitani verso il protettore della gente di mare, San Francesco di Paola, che pur non essendo il patrono “formale” risulta essere il vero santo della comunità , come raccontano alcuni fedeli in preghiera nel convento a cui chiedo loro delle informazioni.  Il sistema di pesca , la tonnara, era un sistema di barche fisso introdotto a partire dall’anno mille dagli Arabi, ma con influenze romane e normanne. Era costituito da varie barche che stazionavano fisse intorno alle reti per consentire la manutenzione della trappola, lo stoccaggio e il trasporto del pescato. Ogni barca aveva un nome in base al proprio ruolo:tutto dipendeva dal capo “Il Rais” che stava sulla barca dal nome “a Caparrasu”, poi i tonni venivano intrappolati nella “camera della morte” tramite “la levata” della rete mobile (“u cannamu”) che una volta alzata chiudeva ermeticamente la camera.Poi c’era “u scieri” (italianizzato “l’usciere”) posto al centro, tra la camera della morte e la camera piccola, su questa barca stavano quelli che contavano il numero dei tonni. Al numero stabilito venivano diretti, aprendo la porta-rete, nella camera successiva. Una volta intrappolati i tonni avveniva la mattanza del pesce che non era vista come una crudeltà ma come una necessità. L’azione faticosa, lenta ed inesorabile dei marinari , procedeva a ritmo di alcuni canti , un vero modo tecnico di far muovere all’unisono 80/100 tonnaroti disposti su barche diverse nell’alzata contemporanea delle reti , delle ancore, dei sugheri, dei cavi. In tutto ciò i pescatori effettuavano le loro azioni meccaniche cantando e manifestando la propria pietà per la sua azione e allo stesso tempo chiedendo perdono ai tonni. Tutto questo sarebbe andato perduto, se l’etnomusicologo Alan Lomax negli anni cinquanta non fosse capitato anche a Pizzo durante il suo viaggio in Italia alla ricerca dei suoni della musica popolare da rendere eterni nella memoria della storia.Un ricordo che oggi possiamo rivivere grazie al salvataggio di un patrimonio immenso, una raccolta di canti e di foto che oggi sembra essere sottostimato rispetto al suo vero valore.
Ad oggi queste scene rivivono anche nelle opere dell’artista pizzitano Antonio Montesanti, che attraverso le sue ceramiche imprime con le proprie mani scene di un tempo che furono, riportandole in auge per continuare a costruire una memoria collettiva. Ormai le tonnare non esistono più e quei tempi sembrano un lontano ricordo ben custodito dalla memoria collettiva.*
 
* ARTICOLO PUBBLICATO SUL NUMERO 31 AGO/SET 2019 DI THAT’S ITALIA
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